Niente rondini, sul Gargano e dintorni!

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Nonostante sia trascorso circa un mese da San Benedetto, inizio della primavera, di rondini sotto il tetto se ne sono viste ben poche, anzi nessuna, a Rignano Garganico e dintorni, per dire l’intero Gargano.

Non si ode il loro garrire gioioso, il volare di esse  a stormi a fior di terra o sopra le nostre teste. Quando ero bambino, di esse se ne avvistavano in cielo a migliaia a migliaia da ogni angolo del paese. Il loro arrivo veniva salutato con gioia da tutti, perché significava che il grigio e freddo  inverno era terminato e che bisognava uscire dalle case e godersi il tepore della stagione più bella e gradita dell’anno, appunto la primavera.

Per noi ragazzi era una pacchia, perché con le rondini non solo si doveva convivere, ma anche giocare. Spesso i trastulli servivano per fare uscire fuori dalla nostra incompiuta psiche  l’ultima goccia di sadismo represso e compresso durante i mesi freddi, reclusi in casa come eravamo ad eccezione delle ore scolastiche, trascorse tra aule affumicate per il difficile funzionamento delle stufe a legna. Infatti, spesso a comitive ci spostavamo sulla ripa (Belvedere), per continuare le nostre infantili stravacanze, accanto ai giochi tradizionali, con i quali riempivamo la giornata.

Qui, dal brecciame della strada, non ancora asfaltata, si sceglievano sassi adatti, ossia ciascuno capace di essere contenuto in una mano. Poi di volta in volta lo si  infilava in un ‘bavaglino’ ossia una sorta di corona di carta o cartoncino, preso dalla provvista che tenevamo in tasca, preparata in precedenza, con forbici o coltellini. Dopo di che li lanciavamo in aria al passaggio delle rondini.

Di solito, quando la pietra per forza di gravità veniva giù, il bavaglino ingabbiava la parte anteriore della rondine, che, imprigionata e impossibilitata a battere le ali, qualche secondo dopo, anch’essa  piombava a terra esanime. Al termine della serata, di uccelli morti se ne contavano a decine e noi eravamo soddisfatti. Riprendendo il discorso, va evidenziato che il silenzio tombale odierno, causato dal “restoacasa” del coronavirus è interrotto di tanto in tanto dal gracchiare dei corvi neri che svolazzano qui e là nell’abitato, a fasi alterne e a gruppi. Di essi vi sono diverse sottospecie: dai corvi veri e propri, alle cornacchie e alle cosiddette ‘ciavele’ ( o ciaule) anch’esse nere e lucenti. Di tanto in tanto  si riscontra in giro anche la presenza di qualche gazza, elegante  e fugace, come sempre, in cerca di qualche residuo di provvista da afferrare presso il nido altrui.

Gli uccelli neri spesso sono sinonimi di cattivo augurio o jella che dire si voglia, specie la gazza. Non a caso ispirarono uno dei più grandi scrittori americani dell’Ottocento, iniziatore del genere poliziesco e della letteratura dell’Horror, nonché del giallo psicologico. Il riferimento è ad  Edgar Allan Poe. A renderlo ancora  più grande ed attuale è il suo capolavoro “The Raven”, tradotto di recente nell’omonimo film. Gli ultimi giorni della vita dello scrittore emblema del poliziesco made in USA sono avvolti nel mistero. A quanto si legge nella sua biografia, l’autore in parola fu ritrovato,infatti, morto su una panchina di un parco a Baltimora il 7 ottobre del 1849, a solo quattro anni di distanza dalla prima pubblicazione del poema suddetto che lo rese celebre.

Non a caso l’inizio del film prende spunto dall’epilogo della vita di Poe, “con John Cusack seduto su una panchina del parco, sotto un albero spoglio su cui è avvinghiato un corvo nero”. Episodio, quest’ultimo, che la dice lunga sull’attuale momento che sta attraversando l’Italia e in particolare la Lombardia, avvolta com’è dal disastro del virus, con migliaia e migliaia di morti, in gran parte rilevati dalle case di riposo. Ad annichilirci è la visione alla TV di lunghe fila di camion militari piene di bare, i cui contenuti dopo essere stati bruciati, saranno successivamente tumulati nei cimiteri con la sola benedizione del prete. Niente cortei di famigliari ed amici, ma l’attraversamento di città e paesi tetri e deserti. Ora le poche rondini che sono rimaste, aspettavano che la primavera finisca e pure l’estate, per proseguire dopo la loro emigrazione di ritorno verso le valli del Nilo evitando le zone desertiche e stabilendosi per tutto l’inverno nelle zone calde e piovose dell’Africa, in attesa della Primavera prossima, quella dello Stivale e dell’Europa, senza più la “brutta bestia”, ormai debellata dal vaccino. Arrivederci, rondini, al prossimo anno!

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